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   B I O G R A F I A   


casa Quando sono nato, i miei genitori abitavano a Soave (VR), in una casa di campagna che si apriva su una corte non grande dominata dall'ombra di una romelia possente; a Roma, si stavano per aprire le porte sante dell'anno giubilare.
La storia della mia pittura comincia dopo, con un distacco, con la rinuncia a quel mio orizzonte: le colline, la vigna, la vecchia casa, le nebbie, i silenzi dell'inverno.
Scopro la mia vocazione per la pittura intorno ai 25 anni, anche grazie a mia moglie appassionata d'arte.
Mi trasferisco verso la metà degli anni settanta a Desenzano del Garda (BS) dove ora vivo e lavoro.
Inizio la mia attività artistica aderendo ai canoni estetici del postimpressionismo.
Con la maturità, lo stile si evolve e si caratterizza per la ricerca di una mia personale chiave interpretativa per dare forma e colore al mio mondo.
Sul finire degli anni settanta, incontro il pittore ligure Franco Giglio, ne frequento lo studio e nasce con lui un intenso sodalizio culminato con l'adesione al gruppo Artisti del ponte bianco.
Grazie all'amico, Giglio la mia arte subisce una lenta evoluzione che mi porta a dare forma, voce, espressione ai simulacri più veri dell'umanità dolente che abitano le stanze più segrete della mia memoria o che vivono la fatica del giorno: è la stagione della mia parlata del vero attraverso l'espressione di gesti ed immagini terrestri in chiave di realismo magico con tensioni espressioniste piuttosto forti.
Seguendo gli stimoli dell'amico Giglio, guardo all'espressionismo figurativo ed anche astratto ma sono sempre un segno forte, un oggetto, una figura, un materiale sub estetico gli elementi salvifici che mi mettono al riparo dalla tentazione (si osservi negli ultimi anni la resa di un prato, di un tronco, di un muro sbrecciato, di un giardino) di percorrere le strade dell'Action Painting che conduce a Pollock, a Rauschenberg o più semplicemente a Burri e questo perché resto intenzionalmente pittore, amo il vero e me ne lascio sempre sedurre.
In questi ultimissimi anni sarà uno strappo di giornale bruciato e intelato, la carta velina raggrumata su tavola o tela con vinavil o altra colla (ad esempio quella bruna dei falegnami di un tempo che fonde a caldo), un pezzo di straccio sfilacciato, una macchia forte ed enigmatica formatasi a caso sulla tela preparata alla brava con getti di colore fatto colare appositamente ma dalla quale, come diceva Franco Giglio, emergono ora un volto enigmatico, (basta trovarne l'espressione con l'aggiunta di un segno minimo), ora una foglia o un piccolo fiore essiccati, ora un grumo di colore secco e screpolato come una zolla assolata.
Così, le immagini si mantengono dentro gli orizzonti certi e definiti della vita, anziché prendere corpo nei territori seducenti ed espressivi della forma senza forma.
A volte sono un ramo o una foglia, una nube o un tetto lontano a tenere l'opera entro l'orizzonte della forma riconoscibile.
E guardo a Leonardo come a modello primigenio della mia figurazione perché le rocce o la Vergine, la Gioconda o il paesaggio hanno la medesima valenza e forza estetica.
Ha scritto di me il poeta Gino Benedetti nel 1982 recensendo una mia personale presso la galleria "La Cornice" di Desenzano del Garda:

"pittura realista, senza infingimenti poeticamente legata all'uomo in un umano respiro".





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