“Galateo dell’abbandono” di Daniele Beghè, un commento di Giorgio Montanari

Concreto, ironico, cadenzato, ritmato.

Galateo dell’abbandono” (edizioni Tapirulan, 2016) rappresentava l’esordio poetico di Daniele Beghè.

L’autore parmigiano, classe 1963, si propone nel panorama letterario in età adulta, dopo anni di incubazione alla ricerca della propria voce poetica, esplosa dopo un incidente stradale che lo aveva costretto a letto per alcuni mesi.

“L’ernia arborea spacca / il cordolo, l’energia, / verde segnale, rivolta / l’asfalto divelto” scrive nella poesia intitolata “Urbana”.

C’è chi si definisce “paesologo”, c’è chi si potrebbe definire “quartierologo” o “poeta di condominio”. Daniele Beghè offre uno spaccato della vita in città, nel quartiere, o all’aria pura delle montagne emiliane, tutti territori a lui cari. Fra le influenze artistiche intravedo il pragmatismo di Umberto Fiori (specie nei libri “Case” o “Esempi”) e la musicalità di Italo Testa.

 

l’autore

 

un testo da GALATEO DELL’ABBANDONO
un testo da GALATEO DELL’ABBANDONO

 

la copertina del libro

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