Recensione di “Secondo potere” a cura di Barbara Anderson – Blog “Les fleurs du mal”

Desidero ringraziare di cuore Barbara Anderson per la splendida recensione dedicata al mio ultimo romanzo, “Secondo potere”. La sua lettura attenta ha colto sfumature e intenzioni che per un autore sono preziose da vedere restituite. 
Un grazie sincero anche ad Alessandra Micheli e al blog “Les fleurs du mal” spazio sempre attento alla letteratura.
A questo link la pagina originale della recensione.—————–

Apri le pagine come se fossero porte che ti catapultano indietro nel tempo, avanti nel futuro, oppure ti rivelano immagini nitide del presente che stiamo vivendo.

Quando ho iniziato questa lettura mi sono ritrovata catapultata nei corridoi delle scuole, nel periodo delle scuole medie. Ma non è stato un semplice tuffo nel passato attraverso i ricordi.

È stata una sensazione fisica, un ritorno del corpo prima ancora della memoria. Ho rivissuto i momenti in cui ero una bambina timida, silenziosa, molto fragile, sempre un po’ in disparte. Sapete, quella posizione laterale da cui però osservavo tutto, senza essere davvero vista.

E osservavo.

Osservavo come funzionavano le cose. Chi parlava più forte. Chi veniva ascoltato. Chi aveva un seguito. Chi veniva emarginato o deriso. Chi, senza nemmeno saperlo, esercitava già una forma di potere. Analizzavo, identificavo, capivo.

Eh sì, perché il potere non nasce dopo, da adulti. Il potere comincia proprio lì, a volte tra i banchi di scuola, negli sguardi, nelle dinamiche invisibili che si formano quando si è ancora troppo piccoli per comprenderle e riconoscerle.

All’inizio non avevo capito dove Giorgio Montanari volesse arrivare con questa storia, che inizialmente mi sembrava quasi una favola adolescenziale. Una storia quasi leggera, ironica, con un retrogusto amaro che però, all’inizio, incuriosisce ma non fa male.

Amaro perché Milo è un ragazzino sovrappeso, solo, ferito. Ha perso i genitori in modo tragico, vive con la nonna e ha fame.

Una fame che non è solo fisica: è un tipo di fame che riconosci, che ti riguarda e che, in fondo, riguarda tutti. La fame di essere visti, di essere scelti, di essere riconosciuti come qualcuno che conta. Quel tipo di fame che non si sa mai come placare.

Nel corso della storia seguiamo un’evoluzione tanto semplice nella forma quanto devastante nel significato.

Un’idea ispirata dal compagno di banco.

Un gioco.

Un talento.

Milo sa fare i panini.

È cresciuto dentro quella conoscenza tramandata dai suoi genitori. Il cibo lo riporta ai ricordi felici, definisce la sua identità e la sua appartenenza. Il cibo è quello che resta dell’amore che aveva avuto e che ora non ha più.

E quel suo talento diventa una possibilità. All’inizio è quasi innocente: un modo per fare qualcosa, per sentirsi utile, per esistere un po’ di più nello sguardo degli altri.

Poi diventa guadagno.

Poi organizzazione.

Poi sistema.

Ed è qui che il romanzo si trasforma. Perché quello che nasce come gioco diventa lentamente, ma inesorabilmente, uno specchio perfetto del mondo adulto.

Un modello in miniatura di quello che noi “grandi” conosciamo molto bene.

Marketing, strategie, domanda e offerta, prezzi, ruoli. Il panino di Milo diventa un prodotto. Milo diventa un leader.

E tutto quello che accade dopo è qualcosa che conosciamo già, ma qui è messo a nudo, perché queste dinamiche avvengono tra ragazzi. Ed è terribilmente inquietante rendersi conto di quanto tutto sia naturale.

Di quanto avvenga quasi spontaneamente. Il potere arriva. E con lui arriva la trasformazione. Milo cambia. Piano, un passo alla volta. Cresce la sua autostima, ma insieme cresce anche il controllo.

Cresce il bisogno di mantenere quel potere conquistato. E cresce qualcosa di ancora più insidioso: la convinzione che senza quel potere non si sia più nulla.

E allora gli altri smettono di essere persone. Diventano mezzi. Funzioni. Ruoli. Ed è qui che arriva il colpo. Perché non ci parla solo della trasformazione di Milo, ma della trasformazione di un sistema.

Della trasformazione di tutti noi quando entriamo dentro certe dinamiche.

Così, senza che tu te ne renda conto mentre leggi, il romanzo diventa una satira lucidissima e spietata della nostra società.

Di quello che siamo. Di ciò che diventiamo. Parla di capitalismo, sì, ma attraverso quella che sembra una favola. Una favola che lentamente si oscura, che perde luce, che si deforma, fino a diventare qualcosa di disturbante.

Un incubo.

E quello che mi ha turbata è stata proprio la trasformazione. La trasformazione di tutto e di tutti, ma non il successo o l’organizzazione per arrivarci. Ma il prezzo. Il prezzo invisibile del potere.

Perché il potere ti porta in alto, sì. Ti dà forma, identità. Ti rende visibile. Ma allo stesso tempo ti isola, ti separa, ti allontana. E più sali, più rischi di perdere il contatto con ciò che eri.

Il personaggio in cui mi sono ritrovata non è Milo all’apice del suo potere, ma il Milo dell’inizio. Quello che osserva. Quello che resta ai margini. Quello che cerca di capire. Perché lì c’era una fragilità che mi era familiare.

Un modo di esistere senza imporsi, ma cercando un senso. Ed è proprio per questo che la sua trasformazione mi ha spaventata.

Perché è possibile.

Fa paura, sapete, il bisogno di essere amati. Perché è un bisogno umano, naturale, profondo. Ma quando diventa fame incontrollabile, quando si trasforma in necessità assoluta, può deformare tutto.

Può portarti a cercare riconoscimento a qualsiasi costo. Può farti perdere la misura. Può farti diventare qualcosa che non volevi essere.

Qualcosa di freddo.

Di distante.

Di distruttivo.

Cosa accade a Milo?

Ma soprattutto: cosa accade a noi quando confondiamo l’amore con il potere?

Quando pensiamo che essere visti significhi essere importanti?

Quando cerchiamo negli altri una conferma che dovrebbe invece nascere da dentro?

Guardate bene le pagine mentre leggete, perché a un certo punto, vi accorgerete che state guardando uno specchio.

Una lettura assolutamente brillante e geniale, dal messaggio potente.

Un romanzo che mostra come si possa imitare un modello imprenditoriale per gioco… e distruggere un’intera esistenza.

Perché, a volte, l’unico modo per far comprendere davvero qualcosa agli adulti è farli tornare bambini.

Complimenti per un’opera eccellente, dallo stile frizzante, emotivamente incisivo, capace di restituire immagini nitide della forza impetuosa del potere.

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